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Diari della locomotiva

Kokedama di Natale

“Briefly unavailable for scheduled maintenance. Check back in a minute.” Non è un messaggio confortante, se me lo propone il backend del Guscio dal quale sto per mandarvi gli auguri, ma è il messaggio che avrei voglia di pubblicare io… Leggi tutto »Kokedama di Natale

Lunàtica

  • AliceD. 

Mutuo il titolo del post da un grandissimo pezzo dei Gotan Project, scegliendolo per primo anzichè per ultimo (mi perdoni il prof. Eco), perchè stasera ho l’ispirazione (ma non è così strutturata) e lascio scegliere la musica ad Apple (perfettamente… Leggi tutto »Lunàtica

Eden Roc (2)

  • AliceD. 

La mia vita è fatta di cose difficili che, quando parlano, dissertano di sesso degli angeli: figli non miei di cui mi sento un riferimento, valutazioni di impatto sull’uso di informazioni personali di soggetti vulnerabili, mediazioni tra centri di potere… Leggi tutto »Eden Roc (2)

Epifania, 2017

Un giorno singolarissimo, oggi.

Credo di aver fatto bene a non disfare l’albero di Natale e lasciarlo a fare luce, perchè i Re Magi pare abbiano trovato la strada per arrivare e lasciare i loro doni. Sono doni dalla forma singolare, in effetti. Liquida e calda come certi lacrimoni incontenibili ma preziosissimi, io credo.

Un giorno lunghissimo, oggi.

Un giorno di quelli miei, in cui faccio un sacco di cose e ne sento di più, che poi mi fanno male, male, male. Male allo stomaco, male ai polmoni, male alle dita.

La lista infinita dei miei non avrei dovuto e dei miei non so che fare mi ha divorata non appena ho smesso di fare qualcosa. Un attimo di panico. Una decisione istantanea: salgo in bici.

Faceva un freddo boia fuori, nonostante il sole, e non è che Segrate-San Donato sia la più suggestiva delle strade da percorrere, però lì c’era una famiglia a non aspettarmi (sorpresa), il freddo aiuta a pensare, pedalare tira fuori un po’ di endorfine.

Beh, in cima al ponte sulla Rivoltana la catena della bici è uscita dalla sua ghiera. In condizioni recenti mi sarei arresa e sarei tornata a casa, a piedi, con la coda tra le gambe, il corpo congelato e la frustrazione a diecimila giri.

Poi mi sono ricordata di me.

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Goodbye Ground Zero

La musica si è spenta?

Non del tutto.

Il mio Mac non è dentro uno scatolone, posso ascoltare Lorenzo, Ludovico, Lucio ed ogni altra voce che mi accompagni in questa lunga, strana, notte che viene.

L’ultima notte che trascorro a Ground Zero come la prima.

Intorno, una parete verde e una libreria bianca, tutta vuota. Neanche uno dei miei bicchieri né una goccia di rhum; non ci sono i vasi coi sassi, non ci sono i fiori sul terrazzo. Però c’è Chopin che dorme sul divano, la musica che suona (bassa), la finestra aperta, un aereo che decolla nelle orecchie all’orizzonte.

Millesettecentoquarantuno giorni: quattro anni, nove mesi e qualche spicciolo di accoglienza, solidità, disordine e ricerca.

Goodbye Ground Zero, luogo della ricostruzione.

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Ci son vite che capitano e vite da capitano

Questa esperienza mi lascia addosso il sorriso dell’energia, gli occhi che piangono ma hanno voce, lo sguardo della curiosità sincera, il peso dell’assenza di solidarietà.

Questa esperienza mi dice che la gestione dell’eccedenza non è un problema che ho io sola. Sei troppo, vuoi troppo, occuperesti troppi spazi… nessuno di questi troppo ha una accezione negativa. Questa esperienza mi dice che io sarò ancora così, tra quarant’anni. Che la vita è fatta di incontri e di conversazioni, di scambio di emozione. Questa esperienza mi ricorda che io scelgo di condividere con chi vive l’emozione con la spalancata sincerità di dare, rischiare, accogliere, apprendere.

Questa esperienza mi insegna che pochi sono i curiosi, pochi sono i coraggiosi, pochi gli avventurieri, meno ancora i pionieri.

Questa esperienza mi consegna la certezza che avevo già: sono uno dei pochi e non sono sola.

Voglio stare insieme ai miei simili.

Uno lo conosco, lo voglio accanto a me, tanto a proteggermi quanto a farsi sostenere.

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flusso di coscienza da capitani coraggiosi

Ho cercato un altro album su Apple Music, stavolta però lo volevo da tanto tempo: mi son bastati il titolo, gli interpreti, il desiderio di andare lo scorso settembre al concerto a Roma. Niente concerto, in effetti: però mi son concessa il lusso di un desiderio, allora e poi ieri.

I miei desideri nella maggior parte dei casi non si realizzano, ma la musica, per dio, quella non mi viene mai a mancare e mi permette di lasciare che gli eventi del tempo e quelli senza tempo si sovrappongano, che i sogni e i ricordi si mescolino in un gomitolo, che gli errori diventino lezioni, che i rischi si trasformino in opportunità oppure in nitide reazioni di autoprotezione.

L’album ha trentasei canzoni, io le so tutte a memoria. Quelle buone per me, di questi tempi, sono sette. Quelle sette che penso basti ascoltare per sapere come sto, cosa sento, di cosa sono fatta: acciaio, cristallo e sogni. Chi mi ama dovrebbe aver capire tutto solo dalla playlist.

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A pochi minuti dal solstizio d’inverno

Mi affaccio al solstizio d’inverno con *Niente da capire* in cuffia e la favola della piccola fiammiferaia sul comodino.

Ho preso un colpo di freddo, dico io. Sto buttando fuori cose, dice mia madre. Sta di fatto che ho un terribile raffreddore e mi metterei il piumone sulle spalle ma non riesco a non tenere i piedi nudi. Non riesco tanto bene nemmeno a fare i conti, ma come ad ogni semaforo guardo un attimo indietro, per poter spendere come si deve i giorni che verranno, col cuore pieno e la testa sgombra.

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