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Lunàtica

  • AliceD. 

Mutuo il titolo del post da un grandissimo pezzo dei Gotan Project, scegliendolo per primo anzichè per ultimo (mi perdoni il prof. Eco), perchè stasera ho l’ispirazione (ma non è così strutturata) e lascio scegliere la musica ad Apple (perfettamente imprecisa).

Mi sento così in questo momento, a metà tra la testa e la pancia, che anche scrivere diventa una esperienza fisica e non solo cognitiva, come se digitare su questi tasti mi aiutasse in qualche modo a mettere a terra. Mi sento (e non sono), in questo momento, un robot che ha finito le batterie, probabilmente somiglio alla Dors di Asimov mossa da un moto umano.

Mi chiedono “come stai”, ogni giorno. Difficilmente la risposta interessa a chi pone la domanda. La maggior parte neanche l’ascolta, la risposta. Invariabilmente rispondo che sto bene e sono un po’ stanca. Io, però, me lo chiedo come sto; mi chiedo anche se io stia mentendo alla mia strizza quando le rispondo.

Per questo scrivo, stasera, per fare i conti con la vita e tirare la mia usuale e mai uguale riga di gross margin prima del solstizio d’inverno.

Riga che stacco con una positività assoluta, da anni, ma stavolta di più, anche se mi viene da piangere.

Leggera come Levante (e feroce come Gazzè) in “Pezzo di me” mi sento, con serenità e coerenza assolute, di mandare a quel paese gli impensabili blocchi di sterco (al secolo boasse) che ho avuto la sfortuna di incontrare di recente, tra i quali cito, alla pari, i clienti che mi hanno chiesto “fammi due carte così me la cavo” e i proprietari dell’immobile in cui vivo che vogliono quattordicimila euro di fideiussione per qualche centinaio di euro (non necessariamente a debito) di conguaglio di spese condominiali. Ci metto anche quelli che mi hanno chiesto un favore e neanche hanno il coraggio di dirlo e quelli che mi dicono che la gentilezza è una virtù desueta.

Una si sente un po’ cornuta a guardare le cose così. Oppure tira dritto, perchè lo spettacolo continua. Io sono della seconda scuola, quella di Freddie Mercury. Rimango coerente, onesta, trasparente, gentile, e dico quello che penso. Se poi mi tirano fuori dagli stracci, come i proprietari dell’immobile in cui tuttora vivo, di tutti i principi cui corrispondo tiro fuori l’esattezza, tagliente feroce e precisa come la katana di un samurai.

Stasera sono seduta qui, ferma e senza palpitazioni, e scrivo quello che so.

Giovedì cominciamo smontare questa casa, figlia di quella in cui ci siamo scoperti. Questa casa in cui ci siamo amati, accolti, respinti, compresi, accettati. Smontiamo la casa che ci ha visti, da adulti, andare e venire, accogliere e litigare, senza mai smettere di aprire la porta.

Poi capita la magia: lunedì 12, se rimaniamo fortunati, stappiamo una bottiglia al futuro. Verrà la nostra casa quella vera, quella dove ho scritto che avremmo vissuto, e que sera, sera.

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