Per il primo dei quarantanove anni che non tutti ricordo, non ho fatto l’albero a Sant’Ambroues o all’Immacolata, bensì l’ho fatto oggi (bucando anche Santa Lucia). Non che io sia cattolica e che queste date contino di per sè. È che penso siano i simboli a contare nella vita, quei fatti immateriali e sottili che lasciano il segno come un carro che cammina nel fango o un fiore che sboccia.
Quando ero piccola fare l’albero di Natale era una cosa bellissima, gioiosa, impegnativa ed importante; di quelle che ti devi meritare, perchè devi essere affidabile per mettere le luci, poi deve sapere bene l’ordine in cui mettere i pezzi (roba che in confronto i Lego Technics contemporanei sono da dilettanti), poi devi essere molto equilibrata nella distribuzione dei pezzi, prima i festoni e poi le palle. Una roba difficile, insomma. Una di quelle che piacciono a me.
Cresciuta a celebrare un rito di socialità come una performance impossibile da realizzare secondo procedure standard non scritte ma scolpite come le tavole della legge. per me fare l’albero di natale è un rito importante, anche se non non ne riconosco più il perché e non ne ricordo mai le SOP.
Quando ero piccola facevo l’albero di natale con papà e con Claudio (non me ho memoria ma ne sono certa). Mi ricordo che per anni ho osservato (che vuol dire che partecipavo coi miei poveri mezzi), poi ho potuto attaccare le palle, poi sono arrivata anche montare l’albero e distribuire le luci (prima di laurearmi!!!). Ho fatto l’albero di natale sempre, col mio papà, anche quando gli stavano sulle palle (non dell’albero) i miei “fidanzati” e volevo uscire e non ero più una persecutrice dell’eccellenza (nel Guscio si esce solo nei giorni giusti e con le persone giuste, quindi a natale non si esce).
Poi sono andata a vivere da sola (cioè, veramente con Matteo, ma credo non faccia differenza nè a lui nè a me) e ci hanno dato un albero da fare che avanzava dalle antecedenti famiglie, quindi non ci siamo dovuti porre il problema. Forse ci voleva un però in questo periodo, ma penso che anche Matteo sia d’accordo nel non mettercelo. Va bene, va bene, è andata bene così.
Quando avevo 32 anni appena compiuti, mi sono trovata che c’era da fare l’albero di Natale ed io ero sola come un riccio d’inverno sull’autostrada. Quello che Vasco Rossi scrive per Noemi, un vuoto a perdere, ma non mi sentivo così, mi sentivo solo terribilmente sola e non avevo nessuna voglia di fare l’albero (oltre ad avere un gatto distruttore di oggetti luminescenti come Chopin).
L’albero di Natale che vi lascio in foto è il figlio di uno dei miei primi atti di amore verso me stessa: “rispetta una tradizione importante, ricordati una cosa di quando eri piccola che non ti fa sentir sola, ripeti lo stesso rito, ma fallo come pare a te”. Se quando avevo 32 anni buttava male (e non avevo fatto l’albero), quando ne avevo 34 vivevo da sola, ero senza lavoro (aka avevo pochi clienti e non affidabili) e senza denaro da sprecare in futilità (c’eravamo Chopin, io e l’Audi A1 da sfamare ed alimentare).
Così nacque quello che per me è ormai nostro, ma prima è e sarà sempre il MIO albero (pagano) di natale. Trovai, in un negozio, un pezzo di legno (nel vero senso della parola) che aveva la forma dello scheletro di un albero. Comprai delle palline bianche di peluche da appenderci. Spesi pochissimo. Chopin non lo rase al suolo. Voleva dire che era ok.
Tempo vuole tempo, anno dopo anno, ogni anno, fame dopo fame, successo dopo successo, insuccessi compresi, senza variare il tenore, ho aggiunto un pezzo al mio albero. Qualcuno me lo hanno regalato, come le campane di ceramica un po’ vintage che costano più di tutto l’insieme e le palle tonde e speranzose di ABIO che sono arrivate negli ultimi anni.
Ad un certo punto del puzzle temporale è arrivato Luigi e ha aggiunto dei pezzi (a dire la verità la maggior parte li ha scelti Diego).
Quanto di più coerente con la pazzia e la assurdità che ci circonda, Luigi ha aggiunto di suo la punta dell’albero, scegliendo un pezzo che anziché simulare la cometa di Halley racconta la storia del cappello rosso del Cappellaio Matto, che mi ricorda sempre che io sono Alice e che penso almeno sette cose impossibili prima di colazione.
Negli ultimi otto anni, in una città o in un altra, ho sempre fatto l’albero di Natale con Luigi.
Oggi lo ho fatto da sola (semplicemente perchè Luigi stava mettendo le luci fuori ed addobbare la Domus Aurea non è cosa da poco) e dopo due minuti che ho cominciato piangevo a dirotto, tanto che si è spaventata anche Sua Maestà.
Oggi ho fatto l’albero, povero secondo il luogo comune, e continuo a trovarlo stupendo, perchè è come me: uno scheletro di sostanza arricchito di particolari, pieghe, curve e fili armonici, sostanziali e colorati. Come ogni persona che ho e spero di riuscire a tenermi attorno.
C’è una cosa che non so, e cioè perché io pianga se faccio un albero di natale fuori standard da sola, dopo un ventennio che faccio la stessa operazione, ma questa riflessione la lascio al solstizio d’inverno ed alla citazione di Ann Deverià in Oceano Mare di Alessandro Baricco, che segue.
Nel frattempo, leggo, rileggo. Mi ascolto. E se mi leggete vi ringrazio (e vi ascolto).
Volevo dire che io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c’è, tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire ma la vita quella non voglio perdermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio.
Ce la farò, vero?
