Ecco! Per chi mi ha già letta, e dando il benvenuto/a chi mi legge solo oggi, ho una storia diversa da raccontare: ascoltando la storia di San Francesco mercoledì (allo Strehler in uno spettacolo di e con Cristicchi intitolato “Franciscus”), ho trovato la lettura più impressionante che io sappia e voglia dire ad alta voce del mondo e che rappresenti il futuro secondo me: “si può fare un mondo in cui esista una scala orizzontale fatta e percorsa da persone con pari dignità”.
Paio allucinata, lo so, io, a parlare di faccende di intonazione “religiosa”, quando voto e sostengo tesi di sinistra che in questo ignorante paese paiono confliggere tanto con la spiritualità individuale quanto con il marxismo declinato ai tempi contemporanei.
Prescindendo da ogni forma di filosofia di cui non ho voglia né tempo di discorrere stasera, voglio raccontarvi una storia bellissima: mercoledì sera Luigi ed io siamo stati, direi quasi per caso anche se niente succede per caso, al teatro Strehler a Milano a vedere uno spettacolo sulla storia di San Francesco. Mai ci saremmo aspettati tanta bellezza, tanta sostanza, tanta emozione e tanta unicità..
Ho scoperto, così, a teatro e per caso, che San Francesco è morto nel 1226, cioè esattamente 800 anni fa, ed è per questo che ci sono tutti questi spettacoli che parlano di lui. Ho scoperto così, altrettanto e quasi (in senso matematico) che ci sono tante storie della vita di Francesco, tra cui apocrife e riconosciute dalla CEI (generalmente ritoccate per riabilitare un personaggio quantomeno eclettico nel panorama degli eretici medievali). Ho anche imparato, anche se l’ho studiato circa trent’anni fa a scuola, che Francesco non ha lasciato niente di scritto (perché i libri costavano) e ha solo dettato il suo cantico delle creature e la sua rigidissima regola. È così che ho decodificato la differenza tra la fede e l’esito del Concilio di Nicea che oggi si chiama CEI. Su due piedi, che del concilio di Nicea se ne son fregati, mi vengono in mente solo Ambrogio, Francesco, Gandhi, Siddartha, Gesù di Nazareth e madre Teresa di Calcutta… Ma questa è solo eredità culturale priva di forme di studio strutturali, solo fondamenti ecumenici (grazie a mio padre, Enzo Bianchi, Agnese Scremin, Giorgio Felline e Barbara Bonelli). E Marco, ovviamente.
Quello che ho capito è di più, e non ho altrettante parole per raccontarlo se non quelle che seguono.
Le altre cose le sapevo, erano tutte ovvie e note per una persona istruita, specialmente per una persona che si chiama Chiara e che è stata in Assisi a visitare San Damiano e cercare di capire cosa significhi quel Cristo ed il mio nome. Solo che io non ci sono finita per caso in Assisi, vent’anni fa: ci sono andata perché, attraversando la profonda esperienza dell’iter catecumenale dei cristiani ambrosiani, ho scoperto che esiste un mondo di persone che sceglie la solidarietà prima dell’egoismo e che fa del pasto di uno il pasto di tutti. Facendo quel percorso, non ho mai trovato la fede. L’ho cercata in lungo ed in largo, frequentando persone che credono ed ascoltandole. Non l’ho trovata, pur desiderandola; l’ho anche invidiata perché permette serenità di cui chi ne è privo non dispone.
Qualunque sia il caso… forse non fa per me, forse non ne sono capace.. In ciascuno dei casi è irrilevante, perché quello che è rilevante è che io rimango una delle persone stupefatte da questo semplicissimo concetto: povertà non significa miseria, significa non possedere ciò di cui non si ha bisogno.
Sono stata a teatro l’altro ieri e mi si sono rivoltati stomaco, fegato ed intestino: sono due giorni che mi chiedo cosa devo cambiare della mia vita e se posso fare qualcosa di meglio per essere più utile al mio prossimo e anche a quello che è meno prossimo ma potrei incontrare domani.
Scopro così che non è strano che io abbia un’origine tanto devota agli enti senza scopo di lucro, pur essendo un’economista (teoricamente progettata per generare profitto). Scopro così che anche io potrei avere un senso profondo, se trovo il coraggio di perseguirlo: rimanere eccellente, facendo cose eccellenti rispettando ogni aspetto dell’etica e guardando sempre in faccia l’altro da me, chiedendomi cosa può ricevere e dare nell’economia fatta del dono e contro dono che ci ha insegnato Stefano Zamagni (amato e sempre ringraziato professore, che mi ha insegnato a chiudere le missive con “resta in gioia”).
Troppa teoria Chiara in questo post, troppe parole difficili, non si capisce niente.
Lo so, ma non sempre posso dire quello che penso e quello che sento con le stesse parole, e pure semplici. La preghiera può essere semplice, la parola no, perché cerca di spiegare qualcosa che sta nell’anima e che non si transustanzia in materia.
Oggi penso e sento di avere un senso profondo perché mi occupo di persone con cui non ho nessun legame biologico, eppure riconosco un amore strutturale che è costruito biunivocamente tra persone che scelgono di rispettarsi, ascoltarsi ed amarsi (e che io chiamo amorevolmente “nonfigli” perchè dire figli sarebbe sbagliare nomenclatura).
Oggi penso e sento di avere un senso profondo in questo mondo se posso essere utile a qualcuno, facendo il mio lavoro con onestà e coerenza, insegnando alle persone che incontro, sia dentro sia fuori il mio team, tutto quello che so e generando così valore riproducibile.
Oggi ricordo e capisco perché poco meno di vent’anni fa ho scritto al vescovo di Milano per ottenere una dispensa (lasciamo stare il resto) chiedendo di poter essere un’operatrice di pace (esattamente come Francesco, come il Mahatma e come Siddhartha). Chiunque tu sia, se esisti e governi l’universo, fai di me uno strumento di conoscenza, pace, tolleranza e solidarietà. E se non lo fai tu, lo faccio io da sola, anche se la maggior parte delle persone che incontro mi dicono che sono stupida, che non penso a me stessa, che sono troppo gentile, che sono inutilmente generosa.
L’altra sera, a teatro, ho ascoltato stupefatta per 90 minuti il racconto della storia della vita di Francesco senza pause, soste o esitazioni. Cristicchi è stato geniale, encomiabile, irriducibile nella bellezza di quello che ha raccontato, per ogni singola parola che ha scelto di dire, finendo con un “si può fare” che mi ha ricordato Angelo Branduardi nella sua “si può fare” che ci dice che si può tutto, sia perdere sia lasciare.
Sono molto confusa in questi giorni, non tanto alla ricerca di chi sono quanto alla ricerca di come fare a spiegare chi sono al mondo che mi guarda e mi pensa come un robot che risponde a domande e che si occupa solo di cose poco interessanti.
Sono molto confusa nella mia posizione di intellettuale di sinistra che dice quello che pensa anche quando sta bevendo il caffè, esattamente come Ornella Vanoni prima che morisse e come l’ha raccontata Fazio domenica scorsa (e come lei stessa si è descritta nella sua autobiografia che i miei adorati nonfigli mi hanno regalato per Natale.).
Sono molto confusa forse perché tra un anno compio cinquant’anni e non so se ce la faccio a fare il giro di boa a nuoto., ma alcune cose adesso le so di me, e se le scrivo sul Guscio, forse non se ne vanno e fanno da ancora.
Buona notte amici cari che mi leggete, sappiate che questa sarà una notte facile perché vi ho scritto e quindi dormirò più serena.
Ricordatevi, se potete, che si può fare una scala orizzontale.
Sono tanti gli spunti sui quali ci dai l’onere di riflettere. In quanto Francesco anche io sono stato “in” Assisi innumerevoli volte ad abbracciare una sacralità che trasuda da ogni pietra ed a studiare una storia che sebbene abbia 800 anni non è mai vecchia. In un mondo dove la ricchezza si polarizza sempre più solo per poter gloriarsi di un numeretto sul conto corrente per soldi che non si avrà il tempo di spendere a vantaggio di persone che non hanno di che campare gli insegnamenti di San Francesco sono più attuali che mai.
Abbiamo bisogno – proprio da economisti – di trovare una via di mezzo, una via che ci renda orgogliosi di aver creato valore in assoluto e non di aver trasferito valore da qualcuno a qualcun altro. C’è chi la cerca nel bilancio di sostenibilità, c’è chi la estrinseca tramite la società benefit; strumenti. Come tali, gli strumenti, sono la rappresentazione di una volontà, una volontà che può ambire a creare valore per tutti o far finta di averlo creato.
Io la trovai un pomeriggio di tanti anni fa a mare. Ero disperato, non riuscivo a dare gli esami all’università. Sentivo la spada di Damocle della chiamata all’anno di naja e soffrivo maledettamente. Quel pomeriggio di tanti anni fa chiusi il libro e andai a mare. Iniziai a pregare alternando un Padre Nostro e un’ave Maria, alla ricerca di un conforto. Qualcosa accadde, qualcosa di profondo. Legando “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e “sia fatta la tua volontà” ho costruito una mia interpretazione sul ruolo che avrei voluto giocare nella società, non già chi prova con fare predatorio a usare la posizione o la cultura per avvantaggiarsene, ma chi prova a metterla a servizio e se, profondendo ogni possibile sforzo, non fossi riuscito, beh, si sarebbe fatta comunque la Sua volontà. Tornai a casa rinnovato, senza più alcuna ansia e da quel giorno non sono più la stessa persona. Grazie per la bella pagina, si può fare una scala orizzontale, ne sono convinto.