*Chiara, è tanto che non scrivi, perchè non scrivi più?* Perchè non ho tempo.
*Ah! Questa cosa non è sana, devi trovare il tempo per le cose importanti. Devi trovare il tempo per dedicarti a te e devi riposarti. Perché non vai una settimana in Mar Rosso a fare snorkeling? Chiara, lo sai che non sei sola?*
Questa è la mia conversazione media degli ultimi due anni con la media (quella sopra la media) delle persone che conosco. Con la media sotto la media proprio non parlo (di me), e si sa.
Lo sapete cosa avrei voglia di rispondere se ne avessi il coraggio? Fanculo.
Solo che non ho il coraggio: c’è il fatto che sono stata educata ad essere beneducata (e “queste cose le persone perbene non le dicono” cit. schegge di guscio ), e poi c’è il fatto, ben più importante, che io non dico mai come sto e che quindi non posso mandare una persona a cagare semplicemente perché mi dà un consiglio normale senza sapere che sono nella merda fino al collo. Quindi sto zitta, non vado sul Mar Rosso, continuo a lavorare come una idiota sentendo le persone che lavorano con me che mi dicono che è idiota che io lavori così tanto e non riesco più a dormire, figuriamoci a scrivere.
Mi hanno anche detto, grossomodo l’altro ieri: “dai Chiara sorridi”. Non che ci sia bisogno di specificare che sono priva del senso dell’umorismo e che quindi non è comune che io rida, mi sorprende che qualcuno mi guardi e mi dica che non sorrido, perché questo sì che è strano. Ho sempre sorriso alla vita; ho sempre sorriso alle persone; ho sempre sorriso agli eventi. Evidentemente adesso butta così male che non sorrido neanche più tanto. Però di tutte le foto che potevo scegliere per LinkedIn, ne ho scelta una in cui mi sento bene mentre penso, il che significa che sorrido ancora (anche se evidentemente poco).
Quindi stasera, che sto malissimo e ho il cuore che scoppia, scrivo, mi tolgo due ore di sonno (tanto senza sonnifero non dormo più) e me ne regalo altrettante di presenza che magari domani saranno utili alla mia compagna di giornata per attraversare il viaggio che abbiamo pensato di fare assieme nel poco tempo che abbiamo.
In questi due lunghi anni in cui non ho impresso una riga di Guscio sono stata assente dalla mia forma di comunicazione prioritaria ed elettiva, che è la parola che qualcun altro o altra leggerà: fino a che la gioia è rimasta la nota costante delle mie giornate sono riuscita, nonostante gli impegni professionali e familiari non trascurabili, a dedicare dei momenti a declinare la parola con la musica e regalare qualcosa alle persone che amo o stimo (talora anche a quelle che si disistimo, a solo scopo di far loro presente l’inettitudine).
Poi si è spento tutto, semplicemente (ed orribilmente) perché mi sono occupata di qualunque altra cosa che non fossi io. Ma non sono stata sommersa di grazie: ho fatto una cazzata grossa, di testa mia, ed ora ne pago tutto il conto. Ho preso delle gran decisioni del cazzo (di cui vado fiera e raccolgo le conseguenze, che sono buone per gli altri e cocci per me). Mi dicono che ho sbagliato. Probabilmente hanno anche ragione e non ho nessuna intenzione di giustificarmi, mi chiedo però cosa avrebbe fatto un’altra persona di valore al posto mio. Mi sono dedicata al benessere, al futuro ed alla vita delle persone che amo, ho cercato di realizzare un progetto che avevo in testa da anni ma non avevo le risorse per realizzare da sola, ho creduto nelle promesse di persone che poi non hanno potuto mantenere. Ho pensato che anche una come me meritasse che qualcuno investisse su di lei e sono ancora profondamente convinta che fosse una grande idea; chi ha promesso di farlo non lo ha fatto affatto, qualcuno di inaspettato l’ha fatto e mi dà energia emotiva per sopravvivere ogni giorno a questo momento infernale, e questo è già tanto. Però, come immaginerete, non basta. Investire, se parliamo d’impresa, vuol dire denaro. Che sia di capitale o di debito, sempre denaro. Quando non c’è sono cazzi. E se pensavi che ci fosse e non c’è… con la tua laurea alla Bocconi prima o poi troverai una soluzione, ma tra le altre cose dovresti avere il tempo di non pensare ai clienti e di andare in banca. Nel frattempo, ringrazia il cielo che non sei collassata dalla paura e non discutiamo di reddito disponibile.
Mi sono trovata di nuovo in mezzo alla strada nuda in pieno inverno (e siamo almeno alla quarta volta in 25 anni, è un po’ tanto), stavolta però con un numero piccolo, ma non trascurabile, di persone a mio esclusivo carico.
Anche questa volta l’ho deciso io, come sempre, ma non mi sono accorta che ero sola, quindi non ho adottato alcun meccanismo di prevenzione della valanga di ghiaccio e merda che mi ha sommersa, men che meno di protezione della mia realtà quotidiana, e vi assicuro che il dolore mi ha travolta con molta più violenza e forza di qualunque stupida difficoltà logistica che, come direbbe la metodologia ENISA, in qualche modo saprò superare.
Ho 48 anni e sono uguale a come ero quando ne avevo 32 e scrivevo le schegge di guscio, e forse anche a quando ne avevo 14 e non sapevo come fare a vivere in mezzo alla gente del Berchet essendo etichettata come una “secchiona” senza sembrare una femmina… e forse anche quando ne avevo 3 o 5 e non mi ricordo niente di niente.
Quindi, quando giovedì sera, davanti a una sala piena di quasi 100 persone in un luogo di una bellezza incantevole, mi è tremata la voce… non avevo paura di parlare in pubblico: mi veniva da piangere perché mi chiedevo come fosse possibile che io meritassi una occasione così grande ed un riconoscimento così incredibile della fatica che ho fatto, quando mi sento dire tutti i giorni che niente di quello che faccio è abbastanza buono. Io penso di fare cose molto buone; credo anche di fare di tutto per fare cose molto buone, e lo faccio perché mi piace farlo, ma prendere tutte queste sberle in faccia mi fa a pezzi.
Considerando che ero già abbastanza a pezzi di mio…. se vi chiedete perché non scrivo non è difficile (adesso) che capiate perché. Queste non sono cose che si scrivono, soprattutto perché la verità è che non sai cosa scrivere perché non sai cosa fare nella e della tua vita.
Lo scrivevo nel 2009, lo riscrivevo nel 2013, oggi è il 2025: “ancora oggi cerco, talora, disperatamente, di riattaccare qualche pezzo (del Guscio). Piccolo, qualcuno… per sentirmi meno sola, per sentirmi più sicura, perché mi guardano tutti, da lì dentro, io, la pecora nera. Quella strana. Quella diversa.” È ancora così: quella strana, quella diversa.
Tra il 2013 e oggi ci sono un paio di differenze: non vivo più da sola e non sono più figa, rimango una pecora nera, ma questo continua a piacermi e quindi me ne frego.
Sono ancora quella strana e quella diversa, solo che allora potevo lamentarmi della solitudine perché non avevo una persona con cui condividere la vita e mi sentivo riconosciuta dalla società perché ero così bella da togliere il fiato dovunque andassi. Adesso invece ho una bellissima famiglia fatta di un sacco di persone e animali di cui faccio fatica ad occuparmi e che non so se sanno come mi sento e sono grassa come un maiale prima di essere ammazzato per farci un ottimo spiedo.
Mi sento brutta, sfatta, sgradevole e quindi, inaccettabile, proprio come quando avevo 10, poi 14 anni e poi 17 anni (che sono quelli che contano).
Sono ugualmente intelligente, sono ugualmente secchiona, sono ugualmente fastidiosa; avevo nascosto tutte queste cose sotto un’apparenza performante che mi permetteva di controllare il mondo con la seduzione, adesso – di tutto questo – ho sviluppato senza saperlo “lo sguardo della tigre” (come dice Diego) che è feroce e pericoloso per chi mi minaccia, ma mostra tutte le mie preziosissime ed intense fragilità. Sono priva di forme di protezione estetica o comportamentale dall’aggressione del nemico, anche quando è una persona che lavora con me e che mi spara addosso ogni genere tipo di critica come se io non fossi un imprenditrice illuminata, ma una rincoglionita qualunque che non sa cosa fare con la sua giornata di lavoro e con quelle degli altri. E purtroppo Lucio Corsi voleva essere un duro e non è altro che Lucio Corsi, io faccio fatica a fare anche quello.
Non mi sentivo molto a mio agio neanche nel mio abito da sposa di Puccio e Poiana due anni fa, ma io avrò sempre il culo di una portaaerei e in quel vestito stavo davvero bene (nonostante la portaerei). Ero comoda, sexy ed intelligente e potevo ricombinare tutte le variabili in qualunque ordine (mi è sempre piaciuta la proprietà commutativa) per sentirmi abbastanza a posto da togliermi le scarpe e ballare a piedi nudi come ho sempre fatto nella vita.
Adesso mi sento costantemente a disagio. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato dentro di me che esce fuori e si materializza in questo corpo gigante per cui provo disprezzo e in questa sensibilità umana che mi espone a ricevere ancora più critiche di quelle cui ero già abituata e che non posso mettere a dieta.
Qualche anno fa ho pensato che fosse ok immedesimarmi nel pensiero del dottor House: “se nessuno ti odia, stai sbagliando qualcosa”, considerando che una personalità come la mia è quanto di più rappresentativo del concetto. Peccato che io non sopporto che qualcuno mi odi, ma sto cercando di lavorare per imparare a fare i conti con questa cosa (per fortuna, non ho pattern che producano moti di vendetta). Io però, amo essere adorata e quindi se qualcuno mi odia posso ignorarlo, ma se qualcuno che mi sta vicino (e per cui provo qualche forma di affetto o attenzione) mi esprime disistima o critica io semplicemente mi schianto sul pavimento.
Non si può vivere così. Non è fattibile, non è umanamente sostenibile. Non basteranno alcolici, psicofarmaci, stupefacenti o sessioni di mindfulness.
Ti svegli la mattina e tenti una pratica yoga; dopo 10 secondi stai piangendo come un neonato. Senza ragione, senza spiegazione, e senza fine. Puoi solo puntare l’attenzione da un’altra parte per cercare di uscire dal tunnel, che non è esattamente quello che bisognerebbe fare, ma è l’unica cosa che ti permette di affrontare la giornata. Puoi prendere un ansiolitico, funziona molto bene ma non basta. Quella tristezza enorme ti rimane addosso come uno dei tatuaggi che hai sulla pelle, solo che i tatuaggi sbiadiscono col tempo e lei no, diventa sempre più intensa e sempre più colorata. Ho canzoni che mi tirano su le energie, le uso tutte, stanno suonando anche adesso: torna la passione, torna la forza, non passa la tristezza. Come se il mio meccanismo di autoalimentazione fosse ancora perfettamente funzionante, ma mi avesse privata del lato positivo.
Mi sento sola. Terribilmente, profondamente, inguaribilmente incompresa dal mondo. Come quei bambini dei romanzi di Dickens che non sono mai riuscita a leggere perchè mi davano sui nervi (chissà perchè poi).
Per chi non c’era (cioè sostanzialmente quasi chiunque legga questo post) sono stati due anni difficilissimi in cui ho cercato inutilmente di aggiustare cose rotte facendo cose nuove; mi son portata a casa schiaffi, abbandoni e porte chiuse e non mi sento tanto bene.
Talora, anche materialmente, ho un po’ paura – ma quella la gestisco da sola facendo i conti e sapendo che ho passato ben di peggio (come diceva Giulia ieri: ricordati di quando avevamo solo una mozzarella e stasera aperitivo e cena). È la paura esistenziale che non so gestire, la solitudine del numero primo (che ho letto ma non ho capito perchè ero troppo giovane), la gestione dell’eccedenza (come dice mio padre), un desiderio comunissimo di normalità che penso di avere il diritto di avere ma che litiga con la mia complessità emozionale.
Il ricordo che ho di me stessa trent’anni fa, anche trentacinque, non so se anche quaranta perché non ne ho memoria: mi ricordo solo, da sempre, un costante senso di inattitudine alla realtà, ma non per come la percepisco, bensì per il messaggio che mi restituisce: sei strana, sei diversa, non sei bella, non sei accettabile; o cambi o noi non ti vogliamo.
Ho provato a cambiare, ma evidentemente non ci sono riuscita.
Adesso, io non voglio cambiare, soprattutto non più. Ho già fatto abbastanza per il resto del mondo, vorrei fare qualcosa per me. Vorrei essere quella che sono, così come sono, anche se sono incomprensibile o sgradevole per la gran parte delle persone che incontro.
Voglio trovare un modo per prendermi cura di me e della bambina che dentro di me anche stasera sta piangendo disperata e non riesco a consolarla, voglio trovare un modo per prendermi cura della donna che abita dentro di me e che ama ancora essere bella ma si fa schifo, voglio trovare un modo di essere intelligente senza essere necessariamente travolta dalla competizione di tutto il resto del mondo che si sente meno intelligente di me e quindi vuole schiacciarmi. Come dice mio fratello, che mi parla pochissimo ormai, non sono e non sono mai stata competitiva. L’unica persona con cui competo sono io e ultimamente ho perso tutto, ogni risultato, ogni gara, ogni allenamento.
Quindi, se qualcuno di voi si fosse chiesto come sto e perché non scrivo… non credo servano altre parole.