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AliceD.

Mojito e Daiquiri

  • AliceD. 

La Habana, Terrazzas de Jovellar – Dec, 19 – 22.05 (GMT -5)

Oggi il tempo è stato più clemente durante il giorno: pioggia scrosciante sia al risveglio sia ora che si va a cena, ma nelle ore di veglia e vagabondaggio ha piovigginato, e per fortuna poco, di gocce fitte e sottili senza vento.

È così che abbiamo preso un taxi, dopo la nostra colazione cubana (per cui chiediamo più frutta e meno maiale), e ci siamo fatti portare vicino alla cattedrale, a La Habana Vieja. Ora, si potrebbe spendere un post solo a raccontare uno dei nostri transfer in taxi, in cinque più il tassista su queste auto king size dei primi anni ‘50 americani. Tre dietro e tre davanti, ovviamente senza cintura, su veicoli senza servosterzo col volante gigante e freni un po’ provati dal tempo… le curve van prese larghe, molto larghe. E le buche vanno evitate con lo slalom. E le persone che camminano in mezzo o attraversano la strada? Avvisate col clacson del nostro passaggio. Però suona sempre della gran musica, sul taxi. Stamattina siamo arrivati alla città vecchia col tassista che batteva sul volante il tempo di un reggaeton con le unghie lunghe come una strega del bosco.

Dopo aver camminato per ore attraverso l’abbandono stridente de La Habana Centro, la città vecchia sembra un giocattolo per turisti: un dedalo di stradine fitte piene pienissime di gente. Donne in abiti tradizionali colorati, uomini anziani in giacca e cappello, bancherelle di bamboline nere, cappelli del Che e calamite. Palazzi ristrutturati (si fa per dire),  negozi di vario genere, tantissimi colori, musica in strada dalle orchestre nei locali.

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La Habana, día uno

  • AliceD. 

La Habana, Terrazzas de Jovellar – Dec, 19 – 18.01 (GMT -5)

La desolazione habanera è pari solo alla quantità di colori in cui lo sguardo rimane intrappolato dovunque ci si giri. Questa città è lurida al punto da sembrare spaventosa, fatiscente e stralunata, povera, rumorosa e lenta. Le prime ore le ho trascorse a guardarmi intorno con diffidenza e stupore, con le orecchie imbottite dalla parlata stretta e concitata del tassista e del nostro ospite, le gambe stanche dal viaggio, la fame intensa del volo quasi a digiuno e lo sbalzo del fuso orario.

Questa città è talmente sporca da essere allucinante, ma di notte sembra si possa camminare per strada senza alcun pericolo. La salsa e la rumba si insinuano nelle orecchie come le grida dei venditori ambulanti e la risata sonora e insolente di certe donne. Al fetore di smog e basura (rifiuti) ci si abitua in fretta, come a schivare le cacche di cane sul marciapiede e i taxi senza freni in mezzo alla strada.

Il primo viaggio in taxi è sul carro particular di un habanero fierissimo della sua Buick del 1951, primo segno del fatto che il tempo qui si è fermato con la rivoluzione e sembra non poter ricominciare a scorrere. Oltre ai dettagli tecnici della provenienza e del motore della sua macchina, ci ha spiegato la numerazione delle targhe, la architettura residenziale filo sovietica degli anni ‘70, la pioggia che va e viene (invece rimane), lo strapotere normale del Gobierno. Ed è solo l’inizio. Perché tutte, ma proprio tutte, le persone che abbiamo incontrato ci hanno raccontato un pezzo della cultura e della società di questo paese, come se fosse la cosa più normale del mondo. Parlano di Fidel, di quello stronzo di Trump, del cibo razionato, della religione afrocubana e della salsa. Ci portano di qua e di là sperando di racimolare qualcosa, ci insegnano il loro modo di vivere e anche quello di ridere.

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