Non è Tiziano Ferro e non è Mia Martini, no.
È piuttosto Max Gazzè con Paola Turci e Marina Rei, sei tonalità diverse in tre minuti e trenta. Anche se non è, davvero, il solito sesso.
O forse, solo, niente meno che Ornella Vanoni con Toquinho.
È una enorme ricchezza concentrata in un tempo così breve da sembrare quasi mai successo.
È la tua velocità di articolazione delle parole, di quelle che dici e di quelle che ti mangi, è quel silenzio eterno e quelle esclamazioni con cui riempi il vuoto del telefono.
E la bottiglia di Sassella che è rimasta vuota.
“Sai qualcosa tipo cielo in una stanza?”
Mi sa che han suonato anche quella, sabato sera, quando non c’eri.
“È quello che ho provato prima in tua presenza”.
Non che mi importi molto, se non senti la stessa musica, se non vedi la stessa luna. Ad un certo punto, sono felice di sentirlo io. Alla faccia di Claudio Baglioni.
Sento la bellissima musica che suona in tua presenza e quella che suona in tua assenza. Sento il mio cuore pulsante e vivo e quello che potrei darti, se solo potessi un giorno vendere il mondo intero.
Certe parole, che tu solo leggi così come le ho scritte. Certe risposte che dai, così azzeccate da sembrare mie.
Certi baci, che ne ho dati tanti ma forse mai così.
La paura, l’ansia, la distanza, la differenza. Il sagittario e la vergine.
I Ricchi e Poveri, Julio Inglesias, Vecchioni e Branduardi, centomila parole e mille note, e sento crescere la voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria.
Il Sassella è finito, le canzoni suonano a ruota libera. Tu sei fuori, in tanti sensi.
Io sono qui, e sono dentro, nel mio luogo sicuro, ricordo il tuo abbraccio a tratti forte a tratti tremante, tengo Chopi sulle gambe, lui che il manzo non lo vuole mangiare e che non sempre morde i piedi, penso ai silenzi, alle cose che ti ho raccontato, alle calze bianche che di sicuro non donano alla madreperla, ai no, agli sfanculi, ai sorrisi. Alle orecchie grandi dei nonni e ai binari.
A Pasolini che risponde dell’essere uno scrittore e io so fare solo questo poco e sono così lontana dalla Fallaci.
Penso a quello che sarò, ovunque tu sarai, a tutto quello per cui non impazzirò, anche se ti lusingherebbe.
Penso a quella voce che dice “scrivi di noi” e mi chiedo il senso della prima persona plurale, io che da poco ho imparato l’uso di quella singolare.
Ci penso e comprimo l’emozione in queste parole che escono da sole, tra i tasti e il vino.
Tu, la telefonata che non arriva, io, il messaggio che non scrivo.
Tu, il reiki a distanza, io, il coraggio che non trovi o che più probabilmente non vuoi.
Tu, io. Certi padri, certe madri, certe notti.
Tu, io, Milano ghiacciata.
Tu, io, il Rossese e l’Ormeasco.
Non è ‘Minuetto’, no.
Non è neanche ‘La differenza tra me e te’.
Non l’ho ancora trovata, la canzone.
Magari, forse, un giorno, la scrivo, la nostra canzone.