epifania in arancio e jazz

Sei gennaio duemiladodici, Ground Zero, ore diciannove.

Alice sgambetta per casa, tagliuzza puntarelle di catalogna, ascolta Silvana DeLuigi che canta Piazzolla.

Amelie suona, come al solito, al citofono sbagliato. Imparerà mai che Ground Zero è il 40? Entra, si toglie la giacca, accarezza il gatto e poi… “Sigaretta?” “Sigaretta!”

E la serata comincia così, a tirare le fila di un pomeriggio di beach volley e cucina. Pochi minuti e plana alla porta anche Annie, con Jack Vettriano che disegna Alice sotto il braccio e i capelli umidi.

“Ma siete fighe?!”

“Eh beh, cosa ti aspettavi?” ribatte Amelie, divertita.

“Fila a cambiarti” infierisce Alice.

Egocentriche.

Ricompare dopo pochi minuti, la fatina di Second Heaven, in un sensualissimo e succinto abito marrone: “Mi dona il testa di moro?”

“Avevamo detto figa, non strappamutande” sogghigna Amelie.

Egocentriche.

La tavola è arancio, la pentola della bourguignonne sfavilla in mezzo alla tovaglia, una bottiglia di Cesarini Sforza celebra l’Epifania delle fate, delle streghe e delle gatte.

Tre gatte. Una nera, sottile, pantera maldestra. Una rossa, lunghissima, pericolosamente consapevole della sua felinità distaccata. Una bianca, apparentemente candida, nitidamente Lolita.

Le bollicine e le puntarelle si sposano velocemente, ma l’olio non bolle.

“Ma scusa, Ali, non l’hai scaldata prima sul fuoco, la pentola?”

“No, An, dovevo?”

“Epperdio! Se no mangiamo tra due ore!”

Amelie si alza: “Ci penso io.”

Alice esita, Annie la guarda perplessa.

“Oh, ragazze, non so fare niente in cucina ma una pentola saprò ben spostarla”.

La Alessi sulla fiamma si fa dimenticare, mentre divorano con grazia lo stufato di zucca e porri, che Alice non sa fare quasi niente, ma almeno sa cucinare. Annie racconta del pugno in faccia che le ha fatto tanto bene, o forse anche no, ma va bene così. Amelie spiega che lei gli uomini non li rincorre, e che il suo non fidanzato le ha detto che deve uscire con la sua ex e con un’altra. “Ma perchè, scusa?” chiede An, dubbiosa.”Perchè è la settimana dello sfanculamento, socia”, risponde Alice, con gli occhi a cuore mentre guarda il cellulare che suona, ma non è Lui che scrive.

Nella settimana dello sfanculamento, Annie ha deciso che gli uomini non si rincorrono, perchè la duepuntouno non cerca, ottiene. Alice ha deciso che basta storiacce sordide, che la trepuntozero vuole ricominciare a sognare. Amelie unopuntouno, che evidentemente non ha bisogno di release successive, oppure è troppo giovane, decreta che: “Se non è lui che viene da me, io non mi sbatto minimamente”.

“Sì, vabbè, ma la bourguignonne?”

Pentola sul tavolo, alzano il coperchio e… wooosh! Fiammata furiosa in mezzo alla tavola, trenta centimetri di fuoco ardente e non è la passione delle astanti. E adesso? Primo tentativo: spengono, riaccendono, fiammata. Secondo tentativo: spengono, non riaccendono, fiammata.

La pentola finisce sul balcone, e fiammeggia sul pavimento. Annie rimette il coperchio. Due minuti, lo toglie. Fiammata. Niente da fare. L’olio è bruciato. Intorno, una puzza devastante.

Alice: “E adesso?”

Amelie: “Cazzo, la cena”

Annie: “Tanto io non ho fame”

Amelie: “Sì, ma noi due sì!”

Annie: “Ali, tira fuori la piöda e usa quella.”

“Dici?”

“Dico.”

“Beh, intanto stappiamo un’altra bottiglia” e messa la pietra sul fuoco, Alice approccia il Carpenè Malvolti, mentre le altre due danno fondo allo stufato (che però era in dose per sei e non per tre).

La soluzione della pietra ollare è perfetta, e mentre parte la seconda bottiglia e Annie si chiede il significato dei bicchieri d’acqua vuoti sul tavolo, Amelie le spiega che l’acqua fa ruggine e che averla sul tavolo è un fatto simbolico.

Sei etti di filetto argentino, quattro di dadini di pollo, e salsine, tante e deliziose. Meno male che Annie non aveva più fame. Chi sale al piano di sopra a prendere la terza bottiglia? Prima è andata An, poi Ali, adesso tocca ad Amelie fare un giro a Sandwich Floor. Torna con la terza bottiglia, un residuato bellico di fame e la prima confessione della serata.

“Posso fare outing?” e racconta di una simpatica relazione non ufficiale che ha allegramente consumato.

La domanda di An, a questo punto, è geniale: “Scusa ma… dove?”

Non è stupita da con chi, non è stupita dal perchè, ma si sta chiedendo dove, visto che Amelie non vive sola come loro.

Da qui in poi, la serata è tutta in discesa. O in salita?

Amaretti, cioccolato, prosecco superiore con un nome che è un programma: “La gioiosa”. Annie strappamutande stesa sul divano che parla di tridui pasquali, Alice in posizione del loto coi leggins che illustra tecniche di meditazione, Amelie con le mutande in vista e le gambe lunghissime arrotolate sulla sedia che le guarda interrogativa, perplessa, curiosa.

Suona il cellulare di Alice e lei giubila: “Amoreeeeee”.

Amelie ride: “Guarda che così chiami il tuo gatto, stordita con gli occhi a cuore.”

“Eh, infatti Chopin è l’unico maschio stabile della mia vita.”

“Che dice?” chiede Annie.

“Che ci voleva la patata. Cazzo vuol dire?”

“Cazzo, la patata, è vero!” Annie attesta con saggezza alcolica che nella pentola della bourguignonne andava messa una patata per abbassare la temperatura di combustione dell’olio, o qualcosa  di simile. Tant’è: l’olio è bruciato, la pentola fiammeggia ancora, la candela al profumo di miele ha riempito la stanza, la finestra è socchiusa e la patata, Alice, dice che di solito la usa per altro.

“Meno male che avevamo detto senza allusioni” commenta quello che fa venire gli occhi a cuore all’altro capo del telefono, dal mare.

Ad un certo punto, annegata nel divano, col bicchiere di bolle gialle in mano, una vocina lolitosa profonde in un urlo esplosivo: “Voglio le coccoleeeeeee…” e comincia a trafficare furiosamente col cellulare. Sta per mandare un messaggio inequivocabile a Linus che, a Capodanno, si è dimostrato abbastanza prensile agli occhi delle altre due, che hanno fatto un esperimento scientifico sulla sua pelle.

“Che cazzo fai?! Stai buona, mandalo a me” afferma Alice, improvvisamente seria.

Amelie ride, tra la sedia e il tappeto. Se la ride proprio, la gatta rossa. E poi, improvvisamente, ribadisce il concetto.

Vociona: “Posso fare outing?”

“Ancora?” sbalordisce An, distraendosi per un secondo dal cellulare molesto.

Vociona: “Mi sono bombata anche quello”.

Vocina: “Oh cazzo”.

Vociona: “Eh, sì, tanta roba…”

Vocina: “Voglio le coccoleeeeeee….”

E chi gliele fa, le coccole, adesso, che sono tutte donne e prive di alcuna tendenza omosessuale?

La signorina rigore, improvvisamente, perde ogni contegno di sè, ride come una matta per aver cliccato ‘invia’ e poi legge l’sms molesto ad alta voce: “Mi dicono che non dovrei dirtelo, ma io ho voglia di coccole”. Domani, qualcuno risponderà: “Per fortuna che non sempre diamo retta a quello che dicono gli altri.”

Meno male che la signorina rigore ha solo quello, di numero di telefono.

All’una di notte, Amelie e Annie sono stese sul tappeto, arrotolate nella magica copertina bianca dell’Ikea, a blaterare sulle coccole, l’amore, il sesso, il sogno, e la ricerca del sè. Alice continua a guardare ipnotizzata il cellulare, con quegli stupidissimi occhi a cuore che nessuno le ha mai visto in faccia, e intanto messaggia col Brasile e col Cubeba, ma è completamente disinteressata alla parte losca della faccenda.

“Ti sei proprio rincoglionita” ride la gatta rossa.

“Noooooo, sei bellissima così, ma io voglio le coccoleeeee” strilla, la gatta bianca, e poi si addormenta di colpo sul tappeto, dopo l’ultimo bicchiere di Porto rosso.

La gatta nera, intanto, volteggia su Miles Davis, tracanna amaro Poli, lava la pentola bruciata e la pietra ollare.

“Amelie, dormi qua?”

“No, domattina devo giocare, vado a casa.”

“Vuoi un caffè?”

“Se lo fai per te, certo.”

Annie dorme, sul tappeto, senza vocina e col cellulare ben saldo nelle dita.

“Minchia, che buono ‘sto caffè.”

“Eh, socia, mi ci sono ustionata una mano, per farlo così buono.”

“Viva Occhiverdi allora, che ci ha costrette ad imparare a fare il caffè senza marito” commenterà Annie, sobria, l’indomani.

Sette gennaio duemiladodici, Ground Zero, ore due.

Amelie sale in macchina, ubriaca fradicia.

Annie sale a Second Heaven, ubriaca fradicia.

Alice, invece, non sale. Semplicemente si tuffa nel piumone marrone, ubriaca fradicia, che le lenzuola le cambierà domani e ci sono ancora profumi da cercare e ricordi e sogni da vivere, lì dentro.

Buonanotte, gatte, streghe, fate di una sera.

Buonanotte amiche di una vita.

Che sia la nostra vivida e splendida Epifania.

2 commenti

Archiviato in ***speciali per Chi?!, Racconti

2 risposte a epifania in arancio e jazz

  1. il faro

    dai, non posso essere stata così molesta come mi dipingi … no! vero?

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